Questa è la storia di Agadir, un bambino indiano che ogni mattina si sveglia prima degli altri bambini per fare colazione con sua sorella. I genitori di Agadir e Lettra hanno una tenda di alimentari sotto casa, nel Raval. La sveglia suonava alle sei e tutte le mattine, prima di uscire, la mano della mamma passava dolcemente sulla fronte di Agadir per svegliarlo. Erano le sette meno dieci e nonostante il gran sole, fuori faceva freddo. Strisciando le vecchie pantofole del padre fino al bagno, accese la luce al neon che, lampeggiando per qualche secondo, decise alla fine di svegliarsi. L'acqua era gelida e l'impatto con il viso brutale, come uno degli schiaffi che suo padre gli tirava da piccolo quando faceva pipì a letto. Lo specchio in cima al lavandino è scheggiato e taglia il suo viso esattamente a metà, dal sopracciglio sinistro alla guancia destra. -Buongiorno Agadir, disse sorridendo. Tamponandosi la faccia con un asciugamano incartapecorito di mille lavaggi senza ammorbidente uscì dal bagno. Le pantofole nemmeno si alzavano dal suolo da tanto gli pesavano. Entrando in camera di sua sorella, inciampò in un gioco di gomma che venne catapultato contro l'armadio facendo un fracasso incredibile. Sua sorella mugugnò per qualche secondo sotto le coperte, rigirandosi dall'altro lato. Con la stessa dolcezza di sua madre, passava la mano sulla fronte di Lettra qualche secondo prima di aprire la persiana e lasciare che quel sole invadente entrasse nella stanza buia. La stanza era un disastro, giocattoli ovunque, vestiti ammucchiati sulle sedie e problema di umidità che impestava di muffa quell'angolo del soffitto. Lettra era rannicchiata contro la parete con la testa sotto le coperte, non si muoveva. Agadir decise di concederle altri due minuti di sonno dirigendosi verso la cucina per riscaldare il latte e tirare fuori i biscotti. -Niente gas, oggi venivano a rifare le tubature, niente gas tutta la mattina, ripeté come una filastrocca prima che un tonfo e un gemito nel corridoio lo facessero correre di là. Lettra era per terra, pancia in giù sul pavimento freddo. Muoveva le braccia come se nuotasse, ma ad ogni bracciata le mani si scontravano con il marmo, e piangeva. -Quante volte, Lettra, quante volte te l'ho detto? Non rispose. La sollevò avvolgendole la pancia con le braccia, la vestaglia era umida. -Forza, andiamo in doccia. Non rispose. Niente gas, niente acqua calda. Niente acqua calda, niente doccia? Mentre si dimenava sotto il getto ghiacciato, Agadir cercava di insaponarla il più veloce possibile per evitare che le sue urla disturbassero il portinaio che viveva al piano di sopra. Lettra stava seduta sul water, braccia conserte, e grugno dipinto in viso. Guardava suo fratello mentre la vestiva dal basso verso l'alto, osservando ogni suo movimento. - Oggi non c'è gas, non è colpa mia! Il grugno sparì dal suo volto lasciando spazio ad un sorriso enorme mentre allargava le braccia alla ricerca di un abbraccio. Era gratitudine. Una volta infilate le scarpe, il cappotto e la sciarpa ben stretta, era il momento di scendere le scale. Lettra si sosteneva grazie alla mano sinistra aggrappata al corrimano e ad Agadir che la sosteneva con il braccio sinistro attorno alla vita, mentre con il destro reggeva le cartelle piene di libri. Così per tre piani. -Ancora casino, Agadir. La prossima volta che quella ritardata di tua sorella mi sveglia alle sette, chiamo l'amministratore e vi faccio sfrattare, a te e a tutta la tua famiglia. - disse il portinaio incontrandoli sul portone. Agadir non ci fece caso, ma notò che in mano aveva due sacchetti dell'alimentari dei suoi genitori. La strada fino a scuola era lunga e pericolosa, soprattutto per sua sorella che vacillava ad ogni passo. La gamba destra strisciava per terra mentre il problema al ginocchio sinistro le girava il piede verso l'interno. Agadir era costretto a sostenerla ad ogni passo mentre i suoi compagni di classe gli sfrecciavano affianco correndo e spingendosi tra di loro. Prima di svoltare l'angolo si fermò per sistemare il cappello e la sciarpa a Lettra, che noncurante seguiva tranquilla un'opera per lei molto più importante: finire quel pacchetto di biscotti. Le briciole le riempivano guance e naso. Agadir le passò la mano sul volto per pulirlo mentre gli occhi della sorella lentamente si alzavano dal pacchetto incrociandosi con i suoi. Rimasero così qualche secondo, entrambi seri. -Non c'è di che, sorellina. Lei non parlò. La prese per mano, girò l'angolo, entrò a scuola salutando il bidello e accompagnò sua sorella in 4'A, all'insegnante di sostegno. Poi scese un piano ed entrò in classe sua, la 2'B.
25 gennaio 2011
23 gennaio 2011
12 gennaio 2011
Mandarini
Il sapore del mandarino mi ricorda casa.
Quando mamma lo sbucciava l'arancione illuminava la nebbia.
Metteva le bucce sul calorifero a seccare
e un nuovo odore si impossessava della casa.
Nella penombra del corridoio giro a desta
entro in cucina, la luce calda della cappa è accesa.
Il cesto di vimini sul tavolo ne è pieno: mandarini.
Sono tornata,
sono a casa.
14 dicembre 2010
Il rumore freddo delle forchette buttate nel cassetto mi graffia le orecchie. Il ragazzo inglese fischietta nascosto nella rossa penombra della cucina mentre le suole delle sue sneakers usurate dal tempo e dai viaggi stridono slittando sul pavimento bagnato.
La sala è quasi vuota, davanti a me solo due ragazzi che si abbracciano con tanta tristezza negli occhi. Le loro mani scivolano tra i capelli mentre il mio cafelatte si raffredda. Il fumo si diffonde nell'aria intrecciandosi con le note dei Pink Floyd. Inutile specificare il titolo.
Il tempo della mia pausa intermedia dal lavoro non è molto, ma decido io che ritmo prende e oggi è scandito dalle ondate di persone che si rigettano nelle strade.
Dall'altra parte del vialetto mi accorgo della vetrina mal illuminata di un ren che passa quasi inosservata agli occhi dei passanti. Dietro lo schermo del portatile si nasconde il proprietario brizzolato, seduto come di routine alla sua scrivania. Nelle lenti si rispecchiano offerte di viaggi in posti esotici. Nella sua mente viaggia l'idea delle meritate vacanze e l'abbozzo di un sorriso gli si imprime sul volto. Ricordi di gioventù, di mare freddo e vento caldo, di sabbia tra le mani e di labbra di donne mai più riviste.
Lentamente alza le mani dalla tastiera e le appoggia sulle ginocchia, sembra il direttore d'orchestra che si prepara prima di salire sul palco. Chiude gli occhi, respira profondamente gonfiando il petto come i galli e buttando fuori aria dalla bocca. La gente continua a passare per la strada mentre la sera cala tranquilla sul cielo di Barcellona. Con gli occhi chiusi, si alza e muovendosi alla perfezione nel suo spazio si stiracchia la schiena, le braccia. Si riscalda le mani sfregandole tra loro mentre si dirige verso un sottoscala di legno. Una calma disarmante la sua unica compagna. Come un sacro rituale tira fuori dal sottoscala la chitarra e comincia a suonarla. Tenendo il tempo con i talloni e molleggiandosi lentamente sulle ginocchia, passeggia su e giù per il locale. Gli occhi ancora chiusi, suona per sé mentre pacchetti e sciarpe sfrecciano veloci sui ciottoli della strada rapiti dal classico raptus di consumismo che coglie ogni essere umano in questo periodo, il natale. Non c'è tempo per fermarsi e guardare lo spettacolo. Una mano mi tocca la spalla per chiamare la mia attenzione e mi riporta alla realtà. I due ragazzi sono spariti, le luci della sala più basse e il cameriere che mi porta via la tazza ormai fredda. Gli sorrido, mi rigiro e lui è ancora là. Si gira, ha gli occhi aperti. Mi vede e mi sorride. Sono diventata il suo unico pubblico, l'unica spettatrice di quel concerto solista suonato in una bottiglia in mezzo al mare, completamente silenzioso e invisibile. Nella mia mente suonano le note di Tracy, nella sua non saprei, ma non è questo quello che importa. Il cellulare che vibra cadendo dal tavolo mi costringe a mettere in pausa la performance. Quando mi rigiro il signore è sparito, il locale è vuoto con la saracinesca serrata. Un silenzio aspro mi avvolge come una nube, fischiando nelle orecchie le ultime note. Stavo per dimenticarmi di tutto quando alzo lo sguardo e lo vedo là, prima dell'angolo si volta nella mia direzione e mi sorride prima di girare l'angolo e buttarsi nella folla, con la sua chitarra sottobraccio.
09 dicembre 2010
Se fuori piovesse
Vagava per la sala, aggrappato alla parete per non cadere.
Le cameriere gli sfrecciavano a fianco tirando dritto con indifferenza e lui sorrideva ad ognuna.
Fece tutto il giro della sala così, nella più completa indifferenza, strisciando nell'ombra.
Quando si avvicinò al mio tavolo, mi chiese se poteva sedersi.
- Sto aspettando il mio fidanzato.
- Ci sono altre sedie dove può sedersi.
E senza aspettare una risposta prese posto di fronte a me lasciandosi cadere sulla panca.
La gamba sinistra dritta come un palo andò a sbattere contro una sedia, facendo un fracasso micidiale.
Tutta la sala ci puntò gli occhi addosso.
Ogni morso che davo al mio panino era controllato da occhiate fulminee che controllavano ogni mio respiro e battito di ciglia.
Girava la testa a destra e a sinistra, cercando nell'aria qualche cosa da dire, qualsiasi cosa, e quando la trovò, aprì la bocca, alzò la mano e parlò:
-I ragazzi sono cattivi.
Pausa
- Lasciano le signorine da sole e arrivano in ritardo.
Pausa, di nuovo.
- Io queste cose non le faccio, io sono buono.
Non mi guardava ma dietro agli occhiali a fondo di bottiglia i suoi occhi piccoli brillavano e si perdevano nell'eco delle sue parole.
La testa leggermente inclinata sulla destra.
- Se fuori piovesse. . .
Un'ombra imponente piombò sul tavolo.
- Il signore è con lei?
L'ombra parlò con la stessa fermezza e imponenza con la quale era arrivata.
"Si il signore è con me"
- No.
Dissi solo questo.
- Mi dispiace signore, ma devo accompagnarla all'uscita.
- Cercavo solo un poco di compagnia.
- Credo che la signorina oggi stia bene così.
"Che ne sai tu, energumeno senza grazia, di come sto io oggi?"
Si girò sulla sedia, appoggiandosi sullo schienale e facendo leva sul tavolo si alzò a fatica zoppicando verso l'uscita accompagnato dal direttore, trascinandosi dietro la sua gamba malata.
Si perse nella folla della stazione, solo.
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